BOYAN SLAT – Un sogno chiamato Ocean Cleanup

“Solo nel momento in cui realizzeremo che il cambiamento è più importante dei soldi, i soldi arriveranno” – Boyan Slat

Secondo un recente studio della fondazione no-profit Ellen Macarthur, nel 2050 il mare conterrà più plastica che pesci. Ma in questo caso non è necessario uno studio o una raccolta di dati per rendersi conto che la situazione delle acque del globo sta diventando di anno in anno sempre più allarmante. Quello dell’inquinamento idrico è un problema ambientale che non si scopre certo oggi: considerando un arco temporale che parte dalle novità introdotte dalla seconda rivoluzione industriale e giunge fino agli effetti devastanti del maremoto che ha colpito il Giappone nel 2011, che probabilmente ha contaminato per sempre flora e fauna oceaniche, è possibile affermare che sono più di cent’anni ormai che le acque marine e le falde acquifere immagazzinano costantemente rifiuti di ogni tipo, siano essi solidi, come la plastica, o liquidi, come il piombo o il mercurio. Praticamente siamo costretti a vivere con la triste consapevolezza che queste belle sostanze possano sempre e in qualunque momento finire nello stomaco dei tonni o delle acciughe che regolarmente prendiamo dagli scaffali dei supermercati. Di tutti i tipi di rifiuti presenti nelle acque si calcola un buon 40% di sola plastica, che secondo recenti studi biologici si sta progressivamente sciogliendo nelle acque diventando praticamente un tutt’uno con esse. In certe zone infatti, tra cui anche alcune aree del mediterraneo, la concentrazione  di microplastica supera addirittura quella del plancton. Si tratta di frammenti piccolissimi, quasi invisibili ad occhio nudo, che ogni anno causano la morte per intossicazione a svariate specie di pesci e mammiferi, in primis le tartarughe marine. Ma per il momento evitiamo di dilungarci troppo con i dati inquietanti…

Quello dell’inquinamento degli oceani sembrava un problema senza uno straccio di soluzione. In principio è stata vagliata la possibilità di agganciare delle enormi reti alle navi per poi farle vagare per tutta la superficie delle acque. Ma non ci volle molto a rendersi conto che questo metodo avrebbe comportato dei costi in termini di tempo e carburante insostenibili. Poi, all’improvviso, la luce della speranza è stata accesa da un ragazzino olandese di soli 17 anni, che con un’idea geniale sembra aver regalato all’umanità il sogno di uscire fuori da una situazione drammatica, seppur non del tutto. E’ partito tutto dalla conferenza annuale TED (Technology Entertainment Design) del 2012, nella quale questo olandesino face aprire gli occhi al mondo, iniziando a diffondere il suo ambizioso progetto ambientalista. Slat parlò a proposito della costruzione di barriere galleggianti flessibili ed ecocompatibili, le quali avrebbero filtrato “passivamente” la plastica sfruttando le correnti marine. Slat iniziò a concepire questa idea nel 2011, dopo aver fatto alcune immersioni al largo della Grecia – “vedevo più plastica che pesci”- aveva dichiarato il giovane ambientalista. Boyan all’epoca del discorso alla conferenza TED era uno studente di ingegneria aerospaziale, e molto probabilmente neppure immaginava che quel discorso gli avrebbe cambiato la vita.

L’intervento al TED è un successo, inizia quindi per Boyan una grande campagna di raccolta fondi, che definire successo anch’essa è addirittura poco! In un solo anno arrivano finanziamenti da ONG e fondi specializzati per lo sviluppo pari a un milione di dollari. L’olandese non perde tempo: allestisce una squadra di esperti in ingegneria, oceanografia, ecologia, diritto marittimo, finanza e riciclo dei rifiuti, vengono interpellati anche professori universitari; iniziano i primi esperimenti condotti in piscine, laghi e fiumi, per poi passare ai test in barca in mare aperto. Boyan lascia quindi gli studi di ingegneria per dedicarsi a tempo pieno alla sua neonata azienda, diventandone il CEO a soli 21 anni. Nasce quindi “The Ocean Cleanup”, un’organizzazione no-profit volta a realizzare uno dei più importanti e ambiziosi progetti ambientalistici della storia. Il team della fondazione, di cui fanno parte anche tanti giovani provenienti da tutta Europa, mantiene posizioni aperte in vari settori e offre diverse opportunità di lavoro. L’intuizione geniale che sta dietro a Ocean Cleanup è sicuramente l’idea di sfruttare le caratteristiche del “nemico”(ovvero le correnti che trasportano i rifiuti) a proprio vantaggio, posizionando le barriere in modo strategico. Grazie a questo sistema saranno quindi i rifiuti a entrare direttamente in trappola, senza trasportare le reti in giro per gli oceani con flotte di imbarcazioni in operazioni costosissime, come si stava ipotizzando di fare prima che l’idea di Slat accendesse la luce nel buio.

Diamo quindi uno sguardo nel dettaglio sul funzionamento delle reti. Le barriere sono dotate di tubi rigidi di polietilene ad alta intensità, un materiale estremamente resistente e riciclabile,  il cui scopo sarebbe quello di canalizzare i rifiuti intercettati dalle barriere. I tubi sono sufficientemente flessibili per seguire le onde. Oltre ad essere perfettamente eco-compatibili, le barriere realizzate in poliuretano non ostacolano la vita della fauna marina, pur essendo ancorate al suolo, dal momento in cui esse operano nei primi venti metri di profondità. Una volta riempito un buffer di pulizia del sistema, un’imbarcazione di Ocean Cleanup provvede a risucchiare in una cisterna i rifiuti grazie a un semplice sistema di pompe. A quel punto la plastica viene trasportata sulla terraferma per poi essere riciclata e rivenduta. Si noti che ogni apporto di energia fornito alle barriere tramite strumenti elettronici, come luci e AIS, è ricavato tramite dei pannelli solari situati sulla stessa piattaforma

Dall’anno della sua fondazione ad oggi, Ocean Cleanup ha fatto enormi passi avanti. Il 22 giugno 2016  il primo prototipo dell’organizzazione è stato testato con successo nel Mare del Nord. Ai finanziamenti per l’installazione hanno partecipato il governo olandese, con una somma pari a 1,5 milioni di euro, l’impresario navale Boskalis e un benefattore anonimo. Nel 2016 un’altra piattaforma del progetto è stata installata al largo della costa di Tsushima, un’isola situata tra il Giappone e la Corea del Sud. Le due braccia della piattaforma con i loro 2000 metri di lunghezza rappresentano la più lunga struttura galleggiante presente in Giappone. La barriera di Tsushima resterà operativa nella zona per 2 anni, dopodichè verrà posizionata altrove.
Slat ha annunciato di recente che Ocean Cleanup intraprenderà a partire dal 2020 un’operazione di smantellamento della Great Pacific Garbage Patch, comunemente nota come la grande chiazza di immondizia dell’Oceano Pacifico. Secondo alcune stime recenti le dimensioni di questo sconfinato accumulo di immondizia superano addirittura i 10 km quadrati, rappresentando quindi la più grande discarica a cielo aperto presente sul pianeta, nonché un vero e proprio flagello per l’ecosistema. A questo scopo il team di Ocean Cleanup sta lavorando alla realizzazione di una speciale struttura a imbuto lunga circa 100 km che nella migliore delle ipotesi riuscirà a smantellare oltre la metà dell’isola di plastica in soli 5 anni, il che sarebbe un autentico miracolo ambientalista. Provare a ripulire la suddetta area con il metodo tradizionale, trasportando le reti con le flotte, richiederebbe infatti migliaia di anni e decine di miliardi di dollari, in pratica una sfida persa in partenza.

Il progetto Ocean Cleanup ha consentito a Slat di ottenere riconoscimenti importanti. Tra questi ricordiamo il Best Technical Design dalla Delf University of Technology e il premio “Champion of the Earth” , assegnatogli direttamente dall’ONU nel 2014. Slat risulta il candidato più giovane di sempre ad aver ricevuto tale premio.

Che dire quindi, Slat con il suo progetto ci sta letteralmente regalando il sogno di ripulire gli oceani con un metodo rapido, economico ed ecosostenibile. Di recente Slat ha affermato di aver iniziato a pensare anche a un metodo di riciclaggio più efficace di quelli attualmente in uso. E niente e nessuno ci fa pensare che Slat non riuscirà a raggiungere anche questo obiettivo.

 

 

3 Responses to “BOYAN SLAT – Un sogno chiamato Ocean Cleanup

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