Agricoltura intelligente: la magia del progetto “Aladin”

A sentire o leggere la parola “Aladin”, probabilmente a un primo impatto il nostro immaginario collettivo ci porta col pensiero al famoso protagonista di una fiaba compresa nella raccolta “Le mille e una notte”, o se preferite, di un celebre film d’animazione omonimo firmato Walt Disney, distribuito nelle sale per la prima volta nel 1992.

Come tutti saprete, il film racconta la storia di un ragazzo povero, abitante di una  fittizia città mediorientale, Agrabah, il quale cerca di conquistare la figlia del sultano della città grazie all’aiuto di un “jinn” benevolo, ovvero un genio fuoriuscito da una lampada trovata casualmente in una grotta, col quale egli stringe una forte amicizia.

E’ bizzarro a dirsi, ma anche la città di Parma, come Agrabah, ha un suo Aladin. In questo caso non si tratta di un ladruncolo innamorato, bensì di un sofisticato progetto in tema di gestione della risorsa idrica ideato dal CIDEA, acronimo di “Centro Interdipartimentale Energia Ambiente”, una struttura sorta all’interno dell’Università degli Studi di Parma.

Citando le testuali righe di presentazione del sito, “Il CIDEA si propone quale struttura dell’Ateneo di Parma in grado di fornire, attraverso una concreta sinergia tra le diverse competenze scientifiche e tecniche dei Dipartimenti partecipanti, un supporto concreto ai Soggetti interessati sia in termini di Ricerca e Sviluppo, che di Formazione ed Educazione a diversi livelli”.

Questa struttura universitaria, insieme ad altri enti operati nell’Emilia-Romagna, ha sottoscritto di recente un contratto con la regione per la realizzazione del progetto “Agroalimentare Idrointelligente” (detto appunto Aladin). L’iniziativa ha trovato sostegno nel bando regionale POR FESR (Programma operativo regionale – Fondo europeo di sviluppo regionale) dell’ Emilia-Romagna. L’importo complessivo del progetto è di 1,4 milioni di Euro, di cui 1 milione (70%) verrà coperto dal contributo regionale, mentre il restante 30% sarà fornito dal fondo dell’ Unione Europea specializzato per questo tipo di iniziative.

La città di Parma si sa, può essere considerata a tutti gli effetti la capitale della “food valley” emiliana, in virtù del riconoscimento conferito dall’Unesco di “Città creativa per la gastronomia”. Essendo quindi le colture, insieme agli allevamenti, la fonte principale dei prodotti culinari della città e più in generale dell’Emilia-Romagna, è necessario lavorare costantemente per difenderle e aumentarne la produttività e allo stesso tempo.

Parma non si trova certo nel bel mezzo di un deserto, come Agrabah, ma questo non le ha risparmiato alcuni problemi di scarsità d’acqua. La città infatti ha vissuto, tra fine 2016 e inizio 2017, un’ inverno senza neve, una primavera in cui ha piovuto meno del solito e un’estate particolarmente calda sin da inizio giugno.

La siccità ultimamente ha rappresentato dunque un pericolo per la quantità e la qualità dei prodotti da non sottovalutare, in particolare per quanto concerne le coltivazioni di pomodoro e mais. La carenza idrica nei casi più gravi rischierebbe addirittura di compromettere la commestibilità dei prodotti. E questo è un rischio che una culla della gastronomia come Parma non può assolutamente permettersi di correre.

E’ qui che entra in gioco il progetto di agricoltura intelligente Aladin, coordinato dai professori Renzo Valloni, Stefano Caselli e Gianfranco Forlani del dipartimento di Ingegneria e Architettura, al  quale tra l’altro partecipa anche un buon numero di studenti universitari. Lo scopo di Aladin è quello di ottimizzare al meglio le colture intensive di pieno campo. Come? Attraverso un insieme di soluzioni innovative che si sviluppano in una successione di passaggi: dalla rilevazione dell’esigenza idrica di una coltura alla distribuzione diversificata dell’acqua nei diversi settori di un appezzamento.

Il protocollo del progetto è stato presentato per la prima volta all’azienda agraria sperimentale Stuard, la quale ha deciso di testarlo sui suoi terreni. La messa in pratica del protocollo ha attirato l’attenzione di Carlotta Mannu, un’inviata della Rai che ha parlato a proposito della sperimentazione del progetto in un servizio andato in onda sul TG1 lo scorso 20 agosto – “utilizzando immagini prese da droni e da satelliti siamo in grado di ricavare dei parametri che ci consentono di conoscere con esattezza l’esigenza idrica di un campo” – spiega un ricercatore intervistato sul posto. I droni in pratica rilevano il livello di stress idrico dei terreni grazie a delle piattaforme multisensoriali installate su di essi. Le informazioni così ottenute vengono quindi inviate dall’agricoltore a una macchina irrigatrice automatica, il cervello che gestisce tutto il comparto di irrigazione intelligente, attraverso una semplice app. A quel punto la centralina della macchina elabora delle mappe diversificate dei terreni e stabilisce, sulla base dei dati ricevuti, l’esatto quantitativo di acqua da inviare a ogni singolo braccio irrigatore posizionato nei campi, centimetro per centimetro.

La novità introdotta dalla CIDEA consiste in poche parole nell’aver escogitato un sistema di irrigazione a rateo variabile. Il lavoro umano, in questo caso, si limita dunque esclusivamente al collegare le pompe dalla macchina irrigatrice alle “perferiche”, oltre ovviamente all’installazione dell’app “Aladin” su un palmare con cui inviare i dati alla centralina della macchina.

E non è finita qui. All’azienda agraria Stuard pare che si stia sperimentando l’uso di un carbone speciale in grado, oltre che di rifornire in parte il terreno di alcune sostanze organiche, di trattenere l’acqua all’interno dei propri micropori, riducendo il fabbisogno d’acqua del 35%.

Ricapitolando, in tutto questo non si tratta di salvare principesse, ma semplicemente di salvaguardare i prodotti tipici di una terra; a volare non sono tappeti magici, ma droni tecnologicamente avanzati che alleggeriscono il carico di lavoro dell’uomo; non si ha a che fare con entità sovrumane in grado di esaudire desideri, ma il “genio” in questo caso viene scaturito dalle menti di ingegneri, siano essi professori o studenti, che col duro lavoro collaborano e cercano di mettere a frutto le loro conoscenze per raggiungere un obiettivo comune.

Insomma che si tratti dunque di magia o di “semplice” tecnologia agro-alimentare, da qualunque lato si guardi la cosa, il progetto Aladin rimane comunque qualcosa di favoloso.

(Articolo originariamente pubblicato su wateronline.info)

 

 

 

 

 

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